La prima seduta dallo psicologo non è un esame e non richiede un racconto già ordinato. Non è necessario sapere da dove cominciare, ricordare ogni dettaglio o avere già trovato una spiegazione per ciò che sta succedendo. Il primo colloquio serve a mettere a fuoco la richiesta, conoscere il modo di lavorare del professionista e capire se esistono le condizioni per costruire un percorso insieme.

Durante l’incontro possono trovare spazio sia ciò che ha portato a chiedere un appuntamento sia gli aspetti pratici: riservatezza, durata, frequenza, costi e modalità degli incontri. Si possono fare domande, chiedere chiarimenti e anche dire che un argomento, in quel momento, è difficile da affrontare. Al termine non è obbligatorio aver raccontato tutto né decidere immediatamente di proseguire.

Prima dell’incontro: non devi spiegare tutto nel messaggio

Per chiedere un primo colloquio bastano poche informazioni organizzative. Non è necessario anticipare su WhatsApp o nel modulo di prenotazione contenuti personali, ricostruzioni dettagliate o informazioni sanitarie che si preferisce condividere durante l’incontro.

Nel mio studio è possibile prenotare direttamente un orario disponibile oppure scrivermi per chiarire un dubbio pratico. Il colloquio dura indicativamente 45–50 minuti e può svolgersi in presenza, in via Cavallermaggiore 10 a Torino, oppure online. Tariffa, fattura sanitaria e condizioni economiche sono spiegate nella pagina dedicata a quanto costa un colloquio psicologico a Torino.

Non serve preparare un discorso. Se aiuta, si possono portare uno o due appunti: che cosa ha fatto decidere di chiedere un incontro proprio adesso, quali situazioni risultano più difficili e che cosa si vorrebbe comprendere o rendere diverso. Gli appunti sono una possibilità, non un compito.

Come iniziano i primi minuti

Non esiste un copione identico per ogni professionista e per ogni persona. In genere, all’inizio del colloquio vengono chiariti il ruolo dello psicologo, le modalità della prestazione e gli aspetti relativi alla riservatezza e al consenso informato. Non è una formalità marginale: nella fase iniziale del rapporto il professionista deve fornire informazioni comprensibili sulle finalità e sulle modalità del lavoro, oltre che sui limiti giuridici della riservatezza.

Dopo questa parte si può partire dalla domanda più semplice: che cosa ha portato qui? La risposta può essere precisa, ma può anche essere provvisoria. A volte si arriva per un episodio riconoscibile; altre volte per una fatica che si ripete, un cambiamento difficile da attraversare, una relazione che occupa molto spazio o una sensazione di malessere non ancora facile da nominare.

Dire «non so bene da dove iniziare» è già un possibile inizio. Se questa è la preoccupazione principale, ho dedicato un approfondimento specifico a cosa dire allo psicologo quando le parole non vengono.

Che cosa può chiedere lo psicologo

Le domande non servono a trovare una risposta nascosta o a mettere alla prova la persona. Servono a comprendere meglio ciò che sta accadendo e il contesto in cui prende forma. Nel primo colloquio potrei, per esempio, chiedere:

Non tutte queste domande devono essere affrontate nel primo incontro. Il colloquio è una conversazione professionale, non una raccolta meccanica di informazioni. Alcuni aspetti possono richiedere tempo e diventare più chiari solo negli incontri successivi.

Devo raccontare tutta la mia storia?

No. La storia personale può essere importante, ma non deve essere compressa in cinquanta minuti né raccontata seguendo un ordine perfetto. Si può iniziare da ciò che oggi crea maggiore difficoltà e collegarlo gradualmente ad altri momenti, relazioni o esperienze quando questo diventa utile per comprendere la situazione.

Non è nemmeno obbligatorio parlare subito dei propri genitori o dell’infanzia. Il passato non viene esplorato per abitudine o per aderire a un’immagine stereotipata del lavoro psicologico. Può essere preso in considerazione quando aiuta a leggere il modo in cui una difficoltà si è formata, si mantiene o si ripresenta nel presente.

È possibile anche fermarsi e dire: «Di questo oggi preferirei non parlare». Riconoscere un limite non impedisce il lavoro; può offrire un’informazione importante sul ritmo e sulle condizioni necessarie per affrontare un tema senza forzature.

Lo psicologo formula subito una diagnosi?

Il primo colloquio permette di raccogliere elementi iniziali, ma non sempre consente — né richiede — una conclusione diagnostica. La diagnosi psicologica, quando è pertinente alla richiesta e al contesto, è un atto professionale che deve basarsi su informazioni adeguate e su una valutazione svolta con strumenti e tempi coerenti con lo scopo.

Questo significa evitare due estremi: assegnare in fretta un’etichetta sulla base di poche frasi oppure sostenere che una diagnosi non possa mai essere discussa. Se emerge la necessità di un approfondimento, il professionista dovrebbe spiegare a che cosa serve, come verrà svolto e quali sono i limiti delle conclusioni possibili. Se la situazione richiede competenze differenti o un confronto con un altro professionista sanitario, anche questa possibilità dovrebbe essere comunicata in modo comprensibile.

Quali domande puoi fare tu

Il primo incontro non serve soltanto allo psicologo per conoscere la persona. Serve anche alla persona per comprendere il professionista e valutare la proposta di lavoro. È legittimo chiedere:

Una risposta professionale non dovrebbe trasformarsi in una promessa di risultato. Può chiarire il metodo, le condizioni e il ragionamento alla base della proposta, ma non garantire in anticipo tempi o risultati identici per chiunque.

Riservatezza e consenso informato

Lo psicologo è tenuto al segreto professionale. Il Codice deontologico tutela inoltre dignità, riservatezza, autodeterminazione e autonomia della persona. Nella fase iniziale devono essere spiegati in modo comprensibile sia la prestazione sia il grado e i limiti giuridici della riservatezza, così che il consenso sia realmente informato.

È più corretto parlare di riservatezza con limiti definiti dalla legge e dal Codice deontologico, anziché promettere un’assoluta segretezza senza eccezioni. Eventuali dubbi su documentazione, trattamento dei dati o comunicazioni con altri professionisti possono essere affrontati direttamente prima di iniziare.

Che cosa succede alla fine del primo colloquio

Verso la conclusione si prova a restituire una prima lettura della richiesta e a chiarire quali potrebbero essere i passi successivi. Non si tratta di una spiegazione definitiva della persona. È una prima ipotesi di lavoro, che può essere discussa, corretta o approfondita.

Nel mio modo di lavorare, quando decidiamo di iniziare un percorso, propongo generalmente una cadenza settimanale, soprattutto nella fase iniziale e centrale. La frequenza serve a costruire continuità e viene spiegata e concordata, non applicata come una regola priva di contesto.

Prenotare il primo colloquio non obbliga comunque a proseguire. È possibile prendersi un tempo per valutare l’esperienza, fare altre domande oppure scegliere un professionista diverso. La compatibilità non coincide con il sentirsi immediatamente rassicurati su tutto: conta anche poter esprimere dubbi, disaccordo o imbarazzo senza percepire pressione.

Se il primo colloquio si svolge online

Il contenuto professionale dell’incontro non cambia, ma è necessario predisporre condizioni adeguate. Serve un luogo sufficientemente riservato, una connessione stabile e un tempo realmente dedicato al colloquio. Non è opportuno collegarsi mentre si guida, si cammina in un luogo pubblico, ci si sposta o si svolgono altre attività: oltre ai problemi di sicurezza, diventerebbe difficile mantenere attenzione e riservatezza.

Se non si riesce a trovare uno spazio tranquillo, è preferibile concordare un altro momento. Anche online si può chiedere come vengono gestiti eventuali problemi di connessione e quale piattaforma viene utilizzata.

Domande frequenti sulla prima seduta

E se durante il colloquio rimango in silenzio?

Il silenzio non rende inutile l’incontro. Può derivare dall’emozione, dalla difficoltà di fidarsi o dal non sapere ancora come organizzare ciò che si vuole dire. Può essere nominato e affrontato insieme, senza riempirlo per forza o interpretarlo immediatamente.

Posso portare degli appunti?

Sì. Una breve lista può aiutare a ricordare domande o episodi importanti. Non è necessario leggerla tutta né seguirla in ordine: serve alla persona, non a superare una prova.

Devo decidere subito se iniziare un percorso?

No. Il primo colloquio è già una prestazione professionale, ma non comporta l’obbligo di fissare altri incontri. Si può valutare se il modo di lavorare è comprensibile e se esistono le condizioni pratiche e relazionali per proseguire.

Posso dire che una domanda mi mette a disagio?

Sì. Chiedere perché una domanda viene posta, segnalare un disagio o scegliere di rimandare un tema fa parte di una relazione professionale nella quale la persona mantiene autonomia e possibilità di scelta.

Prenotare un primo colloquio a Torino oppure online

Ricevo adulti e giovani adulti nello studio di via Cavallermaggiore 10 a Torino e online. È possibile prenotare direttamente un orario oppure scrivermi su WhatsApp per chiarire prima un aspetto pratico. Nel messaggio non è necessario raccontare la propria situazione nei dettagli.

Per conoscere la mia formazione, l’iscrizione all’Ordine e le esperienze professionali puoi consultare la pagina Chi sono.


Riferimenti essenziali

Autore: Giovanni Narducci, psicologo a Torino e online, iscritto all’Ordine degli Psicologi del Piemonte n. 10657. Questo contenuto ha finalità informative e non sostituisce un colloquio o una valutazione professionale individuale.

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