Una delle preoccupazioni più comuni prima di un colloquio psicologico è non sapere che cosa dire. A volte c’è un disagio preciso ma è difficile raccontarlo; altre volte si avverte soltanto che qualcosa non sta funzionando come prima. Si può avere paura di restare in silenzio, di confondersi, di parlare troppo o di non riuscire a spiegarsi nel modo “giusto”.
Non è necessario arrivare al primo incontro con un discorso preparato. Il colloquio non è un esame e non richiede di conoscere già l’origine del problema. Anche una frase semplice come «non so bene da dove cominciare» può essere un punto di partenza sufficiente.
Non devi avere già tutto chiaro
Chiedere un colloquio significa spesso iniziare a mettere ordine in qualcosa che, proprio in quel momento, ordine non ne ha. Pensieri che si sovrappongono, emozioni difficili da nominare, stanchezza, tensioni nelle relazioni o nel lavoro possono rendere complicato costruire un racconto lineare.
Il compito dello psicologo non è valutare quanto sei capace di raccontarti, ma aiutarti a comprendere ciò che stai vivendo attraverso domande, ascolto e chiarimenti. Puoi partire da ciò che ti ha portato a fissare l’appuntamento, da un episodio recente oppure semplicemente da come ti senti mentre sei lì.
Che cosa puoi dire all’inizio
Se temi di bloccarti, puoi iniziare proprio dalla difficoltà che stai provando. Per esempio:
- «È la prima volta e sono un po’ in ansia.»
- «So che qualcosa non va, ma non riesco ancora a spiegarlo.»
- «Ci ho pensato molto prima di prendere appuntamento.»
- «Ho paura di non sapere cosa dire.»
- «Vorrei capire meglio quello che mi sta succedendo.»
Non sono formule da imparare: sono esempi di come anche l’incertezza possa diventare parte del colloquio. Lo psicologo può aiutarti a procedere con gradualità, senza pretendere un racconto completo fin dal primo incontro.
Devo raccontare subito tutto?
No. Sei tu a decidere che cosa affrontare e con quali tempi. Alcuni argomenti possono richiedere fiducia, e la fiducia non nasce necessariamente nei primi minuti. Puoi dire che non ti senti ancora pronto a parlare di qualcosa, chiedere perché una domanda ti viene posta o segnalare che un tema ti mette a disagio.
Il primo colloquio serve anche a capire se il modo di lavorare del professionista ti sembra comprensibile e se ti senti abbastanza a tuo agio per proseguire. Non è un impegno irrevocabile e non obbliga a raccontare ogni aspetto della propria vita.
E se rimango in silenzio?
Qualche momento di silenzio può accadere. Può dipendere dall’emozione, dal bisogno di raccogliere i pensieri o dalla difficoltà di trovare parole per qualcosa che finora è rimasto confuso. Non significa che il colloquio stia andando male.
Anche il modo in cui vivi quel silenzio può essere utile: potresti sentirti osservato, in imbarazzo, sotto pressione oppure sollevato dal non dover riempire subito ogni spazio. Se vuoi, puoi dirlo. Da lì si può capire insieme che cosa rende quel momento difficile.
Come si svolge il primo colloquio
Nel primo incontro si cerca generalmente di comprendere che cosa ti ha portato a chiedere aiuto, che cosa vorresti cambiare e quale tipo di percorso potrebbe esserti utile. C’è spazio anche per le informazioni pratiche: durata e frequenza degli incontri, costi, riservatezza e modalità di lavoro.
Non è necessario definire immediatamente tutto. Il primo colloquio è un incontro conoscitivo: permette al professionista di raccogliere gli elementi iniziali e a te di fare domande, esprimere dubbi e capire come ti trovi nella relazione.
Lo psicologo deciderà al posto mio?
Un percorso psicologico non dovrebbe sostituirsi alle tue decisioni. Il lavoro può aiutarti a riconoscere bisogni, conflitti, possibilità e conseguenze che in un momento difficile sono meno visibili. La scelta, però, rimane tua: anche quando si parla di una relazione, del lavoro o di un cambiamento importante.
Puoi portare nel colloquio anche il timore di essere condizionato o giudicato. È una preoccupazione legittima e può essere discussa apertamente con il professionista.
Come capire se il primo incontro è andato bene
Non è indispensabile uscire dalla prima seduta con una soluzione o con una spiegazione definitiva. Può essere più utile chiederti se ti sei sentito ascoltato, se hai potuto fare domande, se il professionista è stato chiaro e se intravedi la possibilità di parlare con maggiore libertà nel tempo.
È normale che all’inizio rimangano dubbi. Se qualcosa non ti è chiaro o non ti convince, puoi affrontarlo nell’incontro successivo. Anche verificare insieme se quel percorso è adatto alle tue esigenze fa parte del lavoro.
Domande frequenti
Posso portare degli appunti?
Sì. Annotare pensieri, episodi o domande può aiutarti a ricordare ciò di cui vorresti parlare. Non sei però obbligato a seguire gli appunti né a preparare un discorso completo.
Che cosa succede se mi emoziono o piango?
Può succedere, così come può non succedere affatto. Non esiste una reazione corretta da avere durante un colloquio. Puoi prenderti il tempo necessario e dire come stai vivendo quel momento.
Devo parlare per forza della mia infanzia o dei miei genitori?
Non necessariamente. La storia personale può essere utile quando è collegata a ciò che stai vivendo, ma non dovrebbe essere affrontata in modo automatico né contro la tua volontà. Puoi chiedere sempre quale sia il senso di una domanda o di un argomento proposto.
E se dopo il primo incontro non mi sento a mio agio?
Puoi parlarne con il professionista e valutare come procedere. Sentirsi liberi di esprimere un dubbio o una difficoltà nella relazione è importante; se non ritieni che sia il percorso adatto, puoi scegliere di non continuare.
Vuoi fissare un primo colloquio?
Ricevo adulti e giovani adulti a Torino, in via Cavallermaggiore 10, e online. Puoi scegliere in autonomia un orario disponibile oppure scrivermi su WhatsApp se preferisci farmi prima una domanda.
Prenota in autonomia
Scrivimi su WhatsApp
Per conoscere la mia formazione e il mio modo di lavorare, puoi visitare la pagina Chi sono.
Giovanni Narducci, psicologo a Torino e online. I contenuti del blog hanno finalità informative e non sostituiscono una valutazione professionale individuale.